Le rivolte necessarie

Chi si indigna per le rivolte degli Stati Uniti, dicendo che così-passano-dalla-ragione-al-torto è uguale a chi si indigna per i Pride, perché son-baracconate-e-infastidiscono-i-benpensanti; chi fa questo è untore infettante di una morale borghese che ignora le cause, i motivi profondi, le ragioni ataviche, e discetta con pasticcini e tè inglese sul divano della sua casa con terrazza, giardino e amaca, un po’ alla Desperate Housewives: l’importante è che la presunta immoralità stia ben nascosta negli scantinati o sotto il tappetto. Perché il sistema, in definitiva, ci va bene così: il cambio ci terrorizza e ci inquieta. Meglio, allora, condannare la ”brutalità” inevitabile di chi si vede ogni giorno discriminare e violare in ogni basilare diritto umano, sociale e civile.

Ecco la prima carta che introduce il rispetto dei diritti umani, promulgata nel 1222. In Europa? No! Lei si è sempre e solo preoccupata di risurre in schiavitù e di plasmare un’idea di suprematismo bianco, che fosse alibi per saccheggi, violenze, genocidi che non durassero solamente un giorno. La prima carta nasce in Africa, con l’intronizzazione di Sundjata Keita, sovrano islamista del Mali:
“L’impero Mandenke è fondato sull’intesa e la concordia, la libertà e la fraternità. Ogni vita umana è una vita, di uguale dignità. Non c’è peggiore calamità della fame, e della schiavitù, che causano desolazione. Finché avremo arco e faretra la guerra non distruggerà un nostro villaggio per procurarsi degli schiavi. La schiavitù è proibita da un punto all’altro del regno Manden, la razzia è messa al bando a partire da oggi. Questo è il giuramento di Manden rivolto alle dodici parti del mondo”.

Salvini, le venin dans la botte.

Ho conosciuto Marie Causse all’Ibby Camp di Lampedusa di IBBY Italia e Biblioteca IBBY Lampedusa: lei è un tornado, una forza della natura!
Abbiamo chiacchierato un po’ di Felpini, Minniti, razzismi e popolo italico e son contento di aver contribuito alla stesura di questo articolo imperdibile; che leggerò con calma, visto il mio francese improbabile.

Salvini, le venin dans la botte

 

La propaganda.

La metafora disneyana della propaganda leghista e della destra sovranista

La bella e la bestia è, incontestabilmente, un capolavoro.

Film del 1991, fu primo cartone animato a guadagnarsi la candidatura come “Miglior film” agli Oscar.

Tanti aspetti me lo fanno adorare: dalla canzone “Beauty and the beast” cantata da Céline Dion e vincitrice dell’Oscar; dalla morte per AIDS del compositore Howard Ashman, scomparso poche settimane prima del rilascio del film; dalla presenza di Angela Lansbury come doppiatrice, nell’originale, di Mrs. Bric; l’amore di Belle per i libri e l’invidia (pacifica) che provo per la grande biblioteca del castello della Bestia.

Ma ieri sera, all’ennesima proiezione su Rai Uno, mi è apparso chiaro, chiarissimo, un altro motivo di ammirazione: la scena nella quale Gaston, agitando lo specchio magico, aizza la massa contro la Bestia, per bieche motivazioni di meschino tornaconto personale, è apparsa come la perfetta metafora disneyana della propaganda leghista e della destra sovranista non solo in Italia ma sotto ogni cielo. Perché i sovranisti son la stessa montagna di merda ovunque.

Mi astengo, ovviamente, da qualsiasi considerazione sulla massa e la sua incapacità di visione acritica. Rinunciare al libero arbitrio (e pensiero) e preferire la propaganda al pensiero autonomo è una colpa vergognosa.

La conoscenza è un atto d’amore, perché ci rende liberi.

bestia14

Io vado, madre.

Io vado, madre.

Se non torno,

sarò fiore di questa montagna,

frammento di terra per un mondo

più grande di questo.

Io vado, madre.

Se non torno,

il corpo esploderà là dove si tortura

e lo spirito flagellerà,

come l’uragano,

tutte le porte.

Io vado… madre…

Se non torno,

la mia anima sarà parola…

per tutti i poeti.

Abdulla Goran (poeta curdo 1904 -1962)

Il dolore del popolo turco è il dolore di tutt*.

I dieci punti per la convivenza.

Di Alexander Langer, 1994.

1. La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l’eccezione; l’alternativa è tra l’esclusivismo etnico e la convivenza;

2. Identità e convivenza: mai l’una senza l’altra; né inclusione né esclusione forzata;

3. Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: “più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo”;

4. Etnico magari sì, ma non a una sola dimensione: territorio, genere, posizione sociale, tempo libero e tanti altri denominatori comuni;

5. Definire e delimitare nel modo meno rigido possibile l’appartenenza, non escludere appartenenze ed interferenze plurime;

6. Riconoscere e rendere visibile la dimensione pluri-etnica: i diritti, i segni pubblici, i gesti quotidiani, il diritto a sentirsi di casa;

7. Diritti e garanzie sono essenziali ma non bastano; norme etnocentriche favoriscono comportamenti etnocentrici;

8. Dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”;

9. Una condizione vitale: bandire ogni violenza;

10. Le piante pioniere della cultura della convivenza: gruppi misti inter-etnici.

Manchi.

Sanna e Mohammed.

L’uno si chiama Sanna, l’alto Mohmmed. Vent’anni ciascuno, entrambi del Gambia. Uno in Italia da cinque anni, l’altro da otto mesi. Si conoscono all’ospedale di Sondalo, reparto di broncopneumologia. Comune la diagnosi: tubercolosi ossea. Prospettive agghiaccianti: la paralisi completa altamente probabile, come nel più perfetto gioco crudele del caso.

Quando arriviamo nella camera Mohammed e Sanna non li conosciamo. Siamo venuti a trovare un altro paziente. Mohammed sta nel letto, sdraiato, con un enorme collare su cui appoggia la testa piccola, piena di ricci neri. Guarda il soffitto (non può fare altrimenti), si volta incredulo quando gli domando il nome e da dove venga, come fosse stupito che qualcheduno possa mai interessarsi a lui.

Poi si solleva, si siede sul letto, un po’ storto, con l’ingombro del collare e la mascherina che un po’ tutti, qua dentro, indossano e che ingabbia la faccia, dal mento al naso, lasciando scoperti solo gli occhi. E i suoi sono sfuggenti. Ha mani piccolissime che si stringono l’una nell’altra, incastrandosi tra le ginocchia. Pesa 30 chili, in piedi non fa quasi neanche più ombra. Rimane sempre un po’ in disparte, ascolta, guarda, osserva che pare un animale da caccia, in fuga da un predatore. Se ne sta sul bordo del letto come se non volesse dar fastidio neanche alle lenzuola. A un certo punto afferra un libro dal comodino, l’unico che hanno e arrivato lì chissà come, e inizia a leggere una pagina a caso. Segue col dito lo scorrere delle sillabe, articolando suoni faticosi, spesso sbagliati, un po’ anchilosati sulla lingua. Ma ci prova. E Sanna gli va vicino, segue con lui lo scorrere delle parole, lo aiuta là dove l’altro si incespica ed esita. Insieme, affrontano un’altra difficoltà.

Poi se ne va in bagno, Mohammed. Esce mentre noi stiamo andando al bar a comprare un panino. Agitato, ci chiede se ce ne stiamo già andando, e magari pensa che neanche l’avremmo salutato.

Ma usciamo solo per comprare qualcosa al bar dell’ospedale, torniamo tra cinque minuti. Sembra rassicurato e si rimette a sedere sul bordo del letto, accavallando gambe che sembrano cannucce. Tornando, portiamo in regalo tre bottigliette di Coca Cola, perché ne vanno matti, e Mohammed è ancora lì sul letto, ingabbiato nel collare e con la mascherina sulla faccia. Sempre dimesso, in disparte, restio persino al contatto visivo ma con un po’ più di luce negli occhi. Quando gli rivolgiamo le domande, risponde esitando in un inglese molto chiaro. Questa è la sua storia: Mohammed arriva dal Gambia in Italia, seguendo le rotte e le speranza di tutt*. Capita a Napoli, secondo il consueto schema del caso, in un luogo di cui non si ricorda il nome. In realtà, Mohammed non si ricorda molte cose. Sa che è stato in Commissione, secondo il solito rituale dell’interrogatorio per accertare e certificare un’esistenza, ma non sa cosa ne sia stato della sua risposta: se i burocrati italiani abbiano detto no o sì. Perché nel frattempo Mohammed se n’è andato a trovare uno zio in Germania. E quando è tornato, si è trovato fuori dall’accoglienza: niente più branda, niente più pasti, niente più pocket money. E allora, secondo l’ennesimo schema imposto in una vita che di routine non ha nulla Mohammed se ne va al nord, a Milano. E dorme fuori, nei dintorni della stazione. Finché un giorno si sente male, inizia un dolore lancinante, furioso al collo; che cede. La testa pende da una parte, non riesce più a star dritta. Come se fosse sistemata sopra una pila di libri traballanti. Un altro ragazzo vede Mohammed in difficoltà, capisce che non sta bene, che ha bisogno di aiuto. E Mohammed viene ricoverato in ospedale. Diagnosi: TBC ossea, ovvero quando il bacillo di Koch, dal polmone o dalla pleura, si sposta nelle zone osteoarticolari e le divora, mangiandole senza pietà. E Mohammed viene mandato all’ospedale di Sondalo, in mezzo a una stretta vallata: dalla finestra della camera si prende sole tutto il giorno, anche d’inverno. Davanti agli occhi, una linea spezzettata che chiude l’orizzonte e nasconde la vista. In basso, il paesino di Sondalo che dagli anni Trenta si è visto costruire alle spalle un ospedale grandioso, un modello mondiale per la cura della TBC. Ma non so se Mohammed abbia la forza di apprezzare tutto questo. Di forza ne ha, altrimenti non sarebbe qua, a testimoniare con la sua presenza che, come diceva Frida Kahlo, si può sopportare molto più di quello che pensiamo. Ma Mohammed è solo. Solo al mondo. Senza nessun conforto e nessuna presenza che possa supportarlo, compartire i suoi dubbi e i suoi timori, sorreggerlo e semplicemente rivolgergli la parola.

Io mi sprofondo nella sua solitudine, me la immagino assediarlo e romperlo dentro, facendogli, istante dopo istante, perdere il fiato, mozzargli il respiro. Me la immagino perché creo d’averla provata anche io; ma poi mi riscuoto e capisco che non son minimamente comparabili. La sua solitudine è forse incolmabile, inesauribile, perché il mondo attorno a lui è oramai nervoso e furioso, dimentico di ogni senso d’umanità. Lo lascio lì, Mohammed, in quella camera: chissà quanti altri mesi ancora dovrà passare lì dentro; chissà cosa gli accadrà quando uscirà.

L’infermiera preme il pulsante e la serratura della porta si sblocca; appena fuori, mi strappo la mascherina dalla faccia  e torno a respirare l’aria di montagna a bocca piena.

Sarajevo, il destino beffardo di Admira e Boško

“Non ti abbandono, neanche adesso che la nostra ombra si spezza e frana a terra. Non corro più, tanto a che serve? Rimango qui, accanto a te. Allungo il braccio, ti sfioro, pelle contro pelle, seguo il tuo profilo. Ti cullo, con la voce, ti sussurro una canzone. Le colline sono altissime, adesso: quanto abbiamo sognato di superarle, di poter fuggire al di là di tutto, per poter imparare a vivere. Che bello è stato anche solo pensare di poter essere più forti del destino. Ti chiamo, non mi rispondi. Un’ultima volta dico il tuo nome. Chissà dove sei; anche se ti vedo, due passi avanti a me. Mi trascino, con l’ultimo respiro so che ti conosco. Soffro nel perderti, perché so che ti sto perdendo. O forse ti ho già perso, chissà dove sei andato. Adesso tutto diventa ombra, anche per me. Non distinguo più una linea, la curva dolce del fiume. Un attimo di pace, un ultimo sforzo e ti abbraccio forte. Quasi mi allaccio al tuo corpo per non perderti più. Ti tengo forte, contro di me, e so che, così tanto, non ti ho mai amato.”

Otto giorni sotto il sole, abbandonati alla furia di un odio cieco e senza senso. Tutti potevano vederli, nei pressi del ponte di Vrbanja, vestiti dei loro jeans e le scarpe da tennis che indossavano come tanti altri ragazzi in ogni parte del mondo. Ma loro non abitavano in una qualsiasi città dell’Europa: Sarajevo, nel 1993, era una città assediata, insulsamente serrata in una morsa feroce. Le sue colline erano occupate da cecchini vigliacchi, senza volto e senza nome, che sparavano a chiunque si muovesse per le strade: senza criterio né pianificazione, ma con l’obiettivo non tanto di uccidere quanto di ferire e mutilare. Ancora di più, quello di terrorizzare una popolazione inerme, che si vedeva privata della quotidianità più necessaria ed essenziale. La guerra è anche umiliazione, tentativo neanche troppo difficile di condurre alla follia. E gli abitanti di Sarajevo furono per anni animali in gabbia, carni da macello, istituzionalizzati e ignorati da un’opinione pubblica che, nonostante la città fosse nel cuore dell’Europa, si ritenne esonerata dall’interessarsi delle sorti di questa terra e dei suoi abitanti.

Otto giorni rimasero esposti al sole, all’aria, al disprezzo degli assedianti e alla pietà degli assediati: Admira Ismić e Boško Brkić. Musulmana lei, serbo lui. Venticinque anni entrambi ed entrambi innamorati. Per il loro destino furioso, si sono meritati l’appellativo di “Romeo and Juliet in Sarajevo”, dal titolo di un documentario del canadese John Zaritsky: una concessione postuma – e beffarda – a un romanticismo posticcio e inutile. Si erano innamorati in un bar, i due ragazzi. Come due normali giovani cresciuti in una città di qualsiasi altrove. Come ogni giovane innamorato, non si erano chiesti se le loro religioni diverse, o le loro etnie, potessero essere un problema. L’amore non è condizionato da nulla, si alimenta da sé stesso, non ha pregiudizi né preclusioni. Si erano amati, mentre la guerra intorno cresceva e infuriava e l’assedio si faceva ora dopo ora, giorno dopo giorno sempre più feroce e senza speranza. Si erano concessi promesse, avevano iniziato a conoscersi, forse non avevano neanche avuto il tempo di litigare. Ma quale futuro ci poteva essere nella loro bella città sfregiata dai cecchini, dalle esplosioni, dal dolore ruggente dietro ogni angolo di casa? Nella fretta della loro giovane età volevano godersi il loro amore nella libertà complice, nelle possibilità sfrenate che il sentimento pretende, nella voglia di potersi concedere l’uno all’altra senza l’onere di una morte incombente. Vivevano nella parte musulmana della città, coi genitori di Admira; avrebbero voluto stare un po’ dai genitori di Boško, nella parte serba, per poi lasciare quel posto di morte, quella città affondata nel vortice dell’odio e drammaticamente dimenticata dal resto del mondo.

Persino attraversare un torrente però, in quei tempi scuri, era una follia insensata, un azzardo senza futuro. Decisero comunque di provare, Admira e Boško; fuggire da una città paralizzata, in preda alla follia più cieca, e appartenersi erano i loro unici interessi. Era il 18 maggio 1993; l’assedio di Sarajevo durava oramai da più di un anno e, all’orizzonte, non si profilavano soluzioni; all’opposto, diventava sempre più evidente come nonostante la sovraesposizione mediatica, il martirio di quelle regioni dei Balcani non interessasse nessuno. Si saranno detti Admira e Boško, prima di scattare nella corsa, che era un azzardo incredibilmente folle esporsi alla vista dei cecchini e tentare di attraversare il ponte Vrbanja? Proprio quello dove erano state sacrificate le prime due vittime di questa follia senza senso: Suada Diliberović, una studentessa bosgnacca, e Olga Sučić, una pacifista croata, anche loro fatalmente centrate da un anonimo cecchino. Chissà se credevano nel caso o nel destino, Admira e Boško. Perché con loro il caso fu inclemente e il destino ancora più brutale. I cecchini li videro, prevedibilmente, e altrettanto assurdamente li colpirono, sicuri e gelidi. Boško cadde subito, fulminato dal proiettile. Chissà quale fu l’ultima immagine, quale l’ultimo pensiero. Magari per Admira, o magari la morte fu troppo rapida persino per quello. Admira invece fu ferita ed ebbe il tempo e la fermezza di non abbandonare il suo amore. Si avvicinò al corpo di Boško, lo abbracciò e poi restituì il fiato, arrendendosi al prevedibile destino.

Otto giorni rimasero esposti, proprio sulla linea del fronte. Ad irrigidirsi nel normale percorso della morte. L’abbraccio che diventò una morsa, salda, a proteggersi. Nessuno riusciva a recuperarli: troppo furioso il fuoco incrociato, troppo rischioso avvicinarsi. Otto giorno prima di autorizzare un cessate il fuoco tra le parti. Furono recuperati dai soldati serbi e sepolti in fretta, sulle colline, sotto una semplice croce, perché la tregua non si sapeva quanto avrebbe resistito. Admira e Boško dovettero aspettare il 1996 per avere una tomba degna, altri tre anni a sfregiare la loro memoria. Sulla loro tomba, oggi, c’è la loro immagine incorniciata in un enorme cuore di granito, nel Lion Cemetery a Sarajevo, sulle pendici di quelle colline dalle quali, per loro, giunse spietata la fine. Di fronte al cimitero, il bar del loro amore, quello dove si incontrarono e si innamorarono. È tutto così vicino, in quella città: morte e amore, il futuro e la fine a distanza di pochi passi. Ancora oggi, dopo lunghi anni, i segni incancellabili della violenza; perché il corpo muore ma la memoria perdura. E, a ragione, incolpa tutti.

Fonti: In ricordo di Admira Ismić e Boško Brkić, in “Coordinamento nazionale per la Jugoslavia ONLUS”, http://www.cnj.it/documentazione/admirabosko.htm; Romeo e Giulietta riposano a Sarajevo, in “LaRepubblica.it” (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/04/10/romeo-giulietta-riposano-sarajevo.html?refresh_ce), 10 aprile 1996; Maria Serena Natale, Romeo e Giulietta a Sarajevo, una canzone vent’anni dopo, in “Solferino 28 anni” (http://solferino28.corriere.it/2013/06/07/romeo-e-giulietta-a-sarajevo-una-canzone-ventanni-dopo/), 7 giugno 2013; Andrea Gagliarducci, La guerra a Sarajevo ha ucciso anche “Romeo e Giulietta”, in “Acistampa” (http://www.acistampa.com/story/la-guerra-a-sarajevo-ha-ucciso-anche-romeo-e-giulietta-0722), 6 giugno 2015.

Rapporto 2014-2015 Amnesty International

Su Notizie Migranti è uscita la mia recensione su Il rapporto 2014-2015 di Amnesty International riguardo alla situazione dei diritti umani nel mondo, edito da Castelvecchi Editore

http://www.notiziemigranti.it/news/index.php/2015/09/21/un-mondo-di-diritti-umani-violati/