A voce alta: Risanamento di Giovanni Raboni

La guarigione è fondamentale, non solo del corpo ma anche dello spazio che occupiamo, nel quale agiamo, urbano e sociale. Ma siamo sicuri che le misure di guarigione colpiscano il problema primario? Giovanni Raboni ci aiuta a riflettere con la sua Risanamento, che leggo oggi a #vocealta.

La lezione del virus.

Una cosa buona questo virus, suo malgrado, la sta facendo. Ci sta mettendo nei panni dell’altro; di tanti altri, contemporaneamente. Ci sta insegnando che 600 euro al mese magari son un po’ pochini (bastava chiedere a chi, per vivere, deve accettare i “tirocini”, senza la dignità di un contratto degno, o le chiamate, o le prestazioni occasionali, o i contratti a venti ore che poi si lavora ugualmente per quanto c’è bisogno e bona al massimo le recuperi); ci sta insegnando che il click day è una schifezza irrispettosa (bastava chiederlo a un cittadino di paese terzo che avesse voluto venire a lavorare qua); ci sta insegnando che i pomodori e le arance non si raccolgono da soli (bastava non voltarsi dall’altra parte quando si sentiva parlare di sfruttamento lavorativo e caporalato); ci sta insegnando che l’amore è quello che si sceglie e non solo quello che ci è imposto dal sangue (bastava andarlo a chiedere a chi si è sempre dovuto amare di nascosto, tipo me, per non fare tanta strada); ci sta insegnando che la scuola non esiste senza corpo (bastava chiederlo a chi insegna nelle classi di 30 studenti, dove a fatica ti ricordi i nomi e cognomi); ci sta insegnando che anche un computer e una connessione decente, una casa e una finestra sono privilegi di classe (bastava chiederlo a un sacco di gente per cui la tecnologia e un alloggio dignitoso erano e restano fantascienza); ci sta insegnando che è orribile additare i contagiati e trattarli da untori (e sarebbe bastato chiederlo, negli anni Ottanta e Novanta, a chi subì la tragedia di contrarre l’HIV, un cugino del Covid19, e subì l’ostracismo sociale e umano); ci sta insegnando che maltrattare la natura non è proprio un comportamento intelligente (e qui avremmo avuto l’imbarazzo della scelta a chi chiederlo); ci sta insegnando quanto sia vergognoso bistrattare gli anziani (questo sarebbe bastato chiederlo direttamente a loro); ci sta insegnando quanto è brutto essere reclusi senza apparente motivo (bastava domandarlo ai reclusi degli ex CIE); ci sta insegnando, grottescamente, che la libertà è bella (bastava chiederlo a chi vive sotto un regime, tipo in Ungheria o in Russia, o a chi vive oppresso, come in Palestina, dove hanno anche le bombe, e via andare…); ci sta insegnando quanto è mortificante e umiliante essere respinti e indesiderati (e, anche qui, spazio ai testimoni da oltremare!).
Il rischio, però, è che non riuscirà a farci fare il passo successivo: ovvero, a imparare l’empatia. Proprio per questo, sarà accaduto invano.

Un nuovo alfabeto ai tempi del Covid19

Quando tutto questo sarà finito, inevitabilmente avremo bisogno di ripensare tutto il nostro alfabeto. Avremo bisogno di battezzare ogni parola, in modo nuovo, di dare un senso e un significato completamenti stravolti per ogni significante del nostro dizionario, sia privato che comunitario. Sarà uno sforzo immane, parimenti importante rispetto alla ripartenza dei nostri lavori e delle nostre abitudini, alla ricerca di una supposta e presunta normalità che non è mai, effettivamente (forse), esistita; o, se esistente, probabilmente proprio la parte più sbagliata su cui avremmo potuto aver fiducia. Dovremmo compiere uno sforzo sovrumano per ricompilare una nuova Enciclopedia, tutto un sapere e un patrimonio comunitario da rivalutare e probabilmente ricomporre. Le crisi (parola che viene dal verbo greco krino e significa, in prima istanza, separare-discernere-valutare) accadono non solo per metterci in difficoltà ma anche per darci l’opportunità di ripensare e di mettere in discussione quello che era dato per assodato; ci accordano il privilegio di poter tornare a riflettere e, nel dubbio, cambiare strada e strategia. So affrontare le questioni attraverso la parola, è l’unico mio “talento” (nella biblica accezione). Ed è per questo che vi presenterò il mio personale alfabeto della quarantena, un po’ narrativo un po’ poetico. Giorno dopo giorno.

La guerra e il Covid19

Il Covid19 non è una guerra. E come tale va trattato. A partire dal linguaggio che utilizziamo.

La guerra è ben altro, la guerra continua ancora, in molti angoli del globo, miete vittime più di quante ne faccia il virus e l’Italia, come tanti altri paesi, ne è uno dei finanziatori più affezionati (della guerra, indubbiamente).

Il virus è un’emergenza sanitaria, ovvero un complesso problema sociale, culturale, sanitario e di emarginazione di ampie parti di popolazione, che adesso più di prima si scoprono fragili e senza tutele.

Considerarla una guerra ci fa più docili e più remissivi a ogni decisione e volere, privandoci inconsapevolmente anche di quella opportunità di pensiero e di rielaborazione di cause e conseguenze che dovremmo lucidamente già iniziare ad affrontare. Rischiamo di far trascorrere questo periodo senza una reale presa di consapevolezza e di coscienza comunitaria e civile.

La poesia di oggi, La guerra, è stata scritta da Siaka Traore, uno studente maliano della Scuola di italiano DoubleTe, pubblicata nel libro Stran(i)eri. Storie di alfabetizzazione (End Edizioni).