A voce alta: Foresta mio dizionario di Marcia Teophilo

Una delle lezioni che avremmo dovuto imparare dal Coronavirus sarebbe stata quella di tornare a rispettare la Natura, che esiste a prescindere dall’umanità (e senza la quale l’umanità non può sopravvivere). Ecco le parole della grande cantrice dell’Amazzonia, la poetessa e antropologa Marcia Teophilo, con la sua Foresta mio dizionario, a voce alta, con la mia pessima pronuncia del brasiliano (Carla aiutami tu).

A voce alta: Mandela incontra Leah di Wole Soyinka

Il grande scrittore nigeriano Wole Soyinka ci ricorda, con alte parole, di come la privazione alla libertà (in particolare quella all’autodeterminazione) sia prerogativa dell’essere umano; e che violenze e vessazioni vengono compiute sotto ogni cielo, ad ogni latitudine e longitudine. Oggi, #avocealta, la sua splendida Mandela incontra Leah.

La Porta d’Europa

Una mia poesia, tratta da Migrando (End Edizioni, 2014).

 

La Porta d’Europa.

Sulla soglia traccio un solco con

la punta della scarpa. L’orizzonte

tutt’attorno di azzurro si scontorna

e squaderna un respiro di vento.

L’ombra cala, si appoggia alla terra,

solleva la polvere che dovunque si

posa. Non conosco direzioni né

provenienze, come acqua che si finge

incolpevole e innocente travasa.

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A voce alta: “Una volta sognai” di Alda Merini

I monumenti servono a ricordare, a farci riflettere, a permetterci un’occasione di dubbio e di riflessione. Ovviamente, diventano sterili nel momento in cui sono avviticchiati su sé stessi e non hanno una prospettiva di pensiero. Credo che la Porta d’Europa di Lampedusa fosse un ottimo luogo dove avere l’opportunità di assumersi una responsabilità umana e civile. Ieri, la Porta è stata vandalizzata: indice, all’opposto, di una regressione di pensiero, non tanto per l’opera d’arte in sé ma quello che il gesto sottendente. Oggi, #avocealta, leggo Una volta sognai, poesia che Alda Merini scrisse (e che fu letta per la prima volta) per l’inaugurazione della Porta, il 28 giugno 2008.

(Foto da Corriere.it)

A voce alta: Ode alla rivoluzione di Vladimir Majakovskij

Non si può chiedere la fine delle rivolte se non si chiede (e si pretende), allo stesso tempo, la fine delle condizioni discriminanti che le hanno fatte nascere, come ha ben spiegato in un video Alexandria Ocasio-Ortez. Solo l’instaurazione di una giustizia sociale, civile, sanitaria è ciò che può fermare la rivolta. Oggi, #avocealta, Ode alla rivoluzione di Vladimir Majakovskij.

A voce alta: Fine del ’68 di Eugenio Montale

George Floyd ha un volto, un nome e cognome; ma le violenze e i soprusi coinvolgono milioni di persone senza volto né narrazione. Ci dobbiamo indignare per tutt*, perché il corpo esiste anche se non visto. Per questo, oggi leggo l’intensa Fine del ‘68 di Eugenio Montale, #avocealta.

Del non ritorno (La maison des Esclaves)

Una poesia mia, scritta sui ricordi della mia visita all’isola di Gorée, in Senegal, e alla vista, emozionante e squassante, della Porta del non ritorno, nella Maison des Esclaves.

 

Una porta – uno squarcio nel buio di

una roccia – un lampo di azzurro che

mi accartoccia. Dà le vertigini quest’

aria che trascorre, senza mai porsi

problemi di trasporre il mio volto e

quello di chissà chi altro. È il buio

sordo di un tempo che non conosce

più stagione – il buio che accoglie e

fascia un uomo che cammina – ferisce

la parete liquida, una luce feroce che

smarrisce il mio corpo nel racconto

di un destino comune e veloce. Da qui

si parte e non si torna – si sale spinti

su tavole sparse – si spezza il tempo

futuro che non si ricompone sulla mia

lingua rozza. E spruzza la montagna

quando rompe le acque e ha il vento

in poppa – chissà dove approda. Io

depongo le mie ossa in questa casa

lascio il sangue al vento – si miscela

con la bava del mare indifferente.

Se è lui a portarmi là, saprà anche

che io – arpionato – sono rimasto qua.

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A voce alta: L’amore dopo l’amore di Derek Walcott

I fatti di Minneapolis riportano urgentemente all’attenzione non solo la spettacolarità che alimenta la nostra indignazione ma anche il concetto fondante che l’Altro sono io, come ci insegna il poeta creolo Derek Walcott nella sua L’amore dopo l’amore, oggi, #avocealta.

A voce alta: Io sono verticale di Sylvia Plath

Leggere le poesie di Sylvia Plath è una discesa nelle profondità intime e strazianti di una donna dall’esistenza complessa e sulla quale si è sempre molto speculato. Con una precisione chirurgica, la Plath trasforma con la potenza poetica la sua personale narrazione in storia universale e persino profetica. Oggi, #avocealta, leggo uno dei suoi capolavori, Io sono verticale.

A voce alta: Vita galleggiante di Roli Hope Odeka

Il 25 maggio è la giornata mondiale dell’Africa, immenso continente che amo come fosse la mia casa. Con questo bel vestito dafani burkinabé, regalatomi dagli abitanti del villaggio di Siena (coincidenza) dove opera l’Associazione FOGUNI Burkina Faso ONLUS, oramai qualche anno fa, oggi leggo #avocealta Vita galleggiante di Roli Hope Odeka.

A voce alta: L’innamorata di Alejandra Pizarnik

Grandissima voce della letteratura argentina, la scrittrice Alejandra Pizarnik è oramai dimenticata. Ha sondato gli abissi dell’intimità e della sofferenza, morendo a 39 anni per overdose di seconal. Oggi, #avocealta, leggo la sua L’innamorata.

A voce alta: Luna nuova per il Ramadan di Sidi Rafael El Fasi

Domani sarà Id al-Fitr, la Festa di Rottura del Ramadan, il mese di digiuno dei musulmani, uno dei cinque pilastri della loro fede. Eid Mubarak a tutt* con Luna nuova per il Ramadan di Sidi Rafael El Fasi, #avocealta.

A voce alta: Casa di Warsan Shire

L’emergenza del Covid-19 rischia di farci rivolgere l’attenzione soltanto ai drammi personali, facendoci dimenticare l’importanza dei diritti (e della dignità) di tutt*. Oggi, in questa giornata di sciopero, leggo “Casa” di Warsan Shire.

A voce alta: Vado a dormire di Alfonsina Storni

La vita di Alfonsina Storni, donna e poetessa militante, è un inno all’affermazione del sé oltre le rigide gabbie della morale machista e borghese. Fino all’ultimo gesto, raccontato nella splendida canzone Alfonsina y el mar. Oggi, #avocealta, la sua “Vado a dormire”.

 

A voce alta: un sonetto di Gaspara Stampa

Per lungo tempo considerata l’unica (o quasi) poetessa femminile degna di essere inserita in un’antologia della letteratura italiana, Gaspara Stampa è una delle più fulgide esponenti del “petrarchismo” cinquecentesco, con le sue meste (ma eleganti ed esplosive) rime che indagano l’amore in varie declinazioni. Oggi, #avocealta, leggo un suo sonetto.

 

Le poesie del laboratorio “Poesia in rete”

Dopo gli haiku, nel laboratorio poetico online “Poesia in rete” del 2 maggio 2020 abbiamo riflettuto su quale oggetto noi consideriamo simbolo, correlativo oggettivo (alla montaliana maniera), dell’idea di CASA.

Gli oggetti popolano le nostre case, sono frutto di studi antropologici (come nel caso di Daniel Miller e dei suoi testi Per un’antropologia delle cose e Cose che parlano di noi), non costruiscono solo arredamento ma parlano di noi, di chi siamo, di cosa abbiamo vissuto, di cosa ci garba e di cosa ci fa stare talmente bene da includerlo nella nostra dimensione più privata.

Ecco le poesie che sono venute fuori dall’analisi degli oggetti.

Diaframma.

Albeggiare affresca a macchie
nella stanza e, alle tue tonalità,
appese alla parete – ormeggia
sopra lo schienale. Di schiena,
mantieni il tuo riserbo, il volto
vano, oasi verso la possibilità.

Come stai? Conservi il broncio
del sonno? Fraterno, il pennello
ti consacrò senza espressione,
conchiusa in eterno, nelle coro
increspato di tinte cobalto, che (al)
sole bisbigliano. Lo sguardo erra
nell’abbraccio del tuo orizzonte,
che non era del tutto tuo, ma la
sua proiezione della vostra terra.

Oggi sorride il riverbero alla
“Muchacha en la ventana” ,
mentre con un gesto d’orgoglio,
rispolvero il souvenir parigino
del nostro viaggio senza meta.
Custode distratto del trasloco,
di dolci cantilene, del gioco di
palpebre insonni e del risveglio
nel blu metilene della tua iride,
in cui non smetto di approdare.

(Evocazioni da un quadro di Camilla Bertolina)

 

Ali e pagine [breve]

Libri dimorano sugli scaffali.
La polvere -silenzioso guardiano-
domina pagine dimenticate.

Esiliato tra le mura,
mi immergo nei dettagli;
prima viaggiavamo
a velocità troppo diverse.

Tutto appare raggelato,
ma non gli uccelli
che governano spazi celesti e terreni.
Tacita complicità ci unisce;
io scuoto briciole sull’erba,
loro, col canto, decorano i giorni.

Svelti come il tempo,
colgono le occasioni.
Mi affaccio -illuso di vederli-
ma tutto è già accaduto.

Questo mutilato scorrere
suscita dubbi su cosa sia reale.
Se gli immobili libri, chiusi,
in attesa d’un lettore
o gli audaci uccelli
che godono del vento, senza un mai.

Sorpreso dal pensiero,
lascio svanire il dubbio
nel profumo d’acacia.
Assorbo il silenzio dei fogli,
il cinguettio e vivo d’attesa;
del semplice esistere di uccelli e libri.

Di ali e pagine.

(Alberto Camarilla)

 

Casa è una parola facile – la prima
che si possa imparare – chiara da
pronunciare. Io la metto in tasca, la
scavo nel palmo della mano sinistra
perché rimanga sul mio tocco leggero,
disperato, affranto dalla risacca di un
mare che feroce mi respinge. Una casa
è alle spalle – piango perché non so se
potrò mai tornare – casa è il tatuaggio
del mio tempo trascorso – l’ansia del
risveglio freddo sotto un sole che chiama
l’ombra con un altro nome. Casa è una
facile parola – ogni spazio che di me
riempio – le mie spalle, la testa, la curva
delle ascelle – casa è adesso, qui, dove
lavoro, scrivo, parlo – dove ho spezzato
la notte, quando chiesi aiuto a rotte ignote,
dove deposi la sabbia sull’altro mio
scomposto corpo. Casa sarà una facile
parola – agevole da pronunciare – casa
sarà un sorso di sudore – quando potrò
finalmente pronunciare tutti i nomi senza
l’ostaggio (né la colpa) dell’errore.

(Giulio Gasperini)

A voce alta: A un ignoto di Walt Whitman

Poco importa se Walt Whitman, il padre della poesia statunitense, fosse effettivamente omosessuale: la struggente bellezza della sezione Calamus del suo capolavoro Foglie d’erba è un dono stupefacente a ogni tipo di amore, perché ogni amore merita lo stesso rispetto e gli stessi diritti. Oggi leggo, #avocealta#, A un ignoto.

Thomas.

Una poesia nata dai miei ricordi del Burkina Faso, la “Terra degli uomini integri”, come il miracoloso Thomas Sankara.

 

Thomas

(Ricordi della Terra degli uomini integri).

Cancellasti il nome coloniale – lo

ribattezzasti per un inizio esplosivo:

la terra degli uomini integri. Nudi,

sulla terra, si battono i piedi – sono

ritmo e pulsazione – una rivoluzione

che conobbe corta fioritura. Parlasti

al mondo, intero, tutto riunito, per

assicurare la tua voce al futuro sempre

più anteriore. Neanche la tua tomba

conobbe pace – le ossa, le vertebre,

le falangi – di chi protese mani di

saluto all’occidente rapace. Nella

polvere rossa, in disparte (la solleva

l’harmattan) un vento feroce che

impasta la luce e la inghiotte in una

notte precoce – come fu la tua propria

stagione – scommessa di una salvezza

che conobbe solo promessa e si spezzò

al suono fitto di un proiettile genuflesso.

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A voce alta: L’amore dorme nel petto del poeta di Federico García Lorca

Un amore “oscurato” e tenuto nascosto per tanto tempo, quello di Federico García Lorca, che esplode prepotente nei Sonetti dell’amore oscuro, pubblicati solo nel 1984. Oggi leggo #avocealta L’amore dorme nel petto del poeta.

Stromboli, un’isola

Un’isola è un luogo fantastico, ma ciò che accade nell’isola è destino non nel senso che vi accade o deve accadervi, ma nel senso che ha significato e che il suo significato è scatenato appunto dalla struttura dell’isola” (Giorgio Manganelli, Introduzione a “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson).

Stromboli.

Iddu negligente attende il tempo

assente – che conosce se stesso

e perde il senso della corsa, di

essere altro che a sé aderente.

Mi regalasti una notte di festa e

fuoco – quello che scivola sotto-

pelle e assedia corpi e membra

sciolte. Il mare assedia e confina

la tua ombra ti squaderna e piano

scontorna – se la sera avanza e

dopone i colori nel fuoco che

sforna. La partenza è un’evasione –

la fine di un miraggio d’amore.

L’isola resta – una curva di roccia –

la Sciara, una strada d’attesa – la

sabbia divampa e il mare accartoccia

sullo scoglio: l’aliscafo ormai perso

conosce la rotta e in questo dubbio

non mi piego né mi perdo.

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