A voce alta: L’aria è piena di grida di Antonella Anedda

Che cosa ci rende così tanto crudeli nei confronti degli altri? Una domanda che mi sono posto negli ultimi giorni, anche in seguito al rientro di Aisha Romano, e che si pone anche Antonella Anedda in questa poesia, L’aria è piena di grida, che leggo #avocealta.

Gli haiku del laboratorio “Poesia in rete”

Un progetto esaltante quello che è andato in live streaming grazie alla Libreria Il Mosaico di Tirano (SO): un “laboratorio” poetico con i partecipanti del mio corso di poesia tenuto in Svizzera a febbraio 2020, grazie all’iniziativa della Pro Grigioni Italiano di Poschiavo.

In questi tempi di separazione fisica e di distanziamento sociale ci siamo trovati collegati online per continuare il nostro lavoro collaborativo sulla parola che diventa poesia e sulla poesia creata dalle parole.

Seppur con alcune difficoltà tecniche iniziali, il laboratorio è stato un successo, seguito da tante persone che hanno interagito con i partecipanti.

Come tema del laboratorio avevo scelto il termine CASA, che così tanto è cambiato, nella nostra realtà e percezione, in questi mesi di assedio. Ragionando proprio sul termine CASA in ogni suo possibile aspetto abbiamo composto sul momento, abbiamo ragione e ci siamo dati il tempo necessario per scrivere, in altri luoghi e tempi.

Adesso, raccolgo qua i componimenti che sono stati prodotti, per lasciare una traccia del nostro lavoro.

Inizio con la pubblicazione degli haiku.

Case
Già c’è chi disse,
la mia casa è nei cieli.
Oggi risuona
(Simona Tuena)

Finestre sorde
la primavera fuori –
il gatto dorme
(Giulio Gasperini)

Nella capanna
alberga il fulmine
che ci ripara.
(Camilla Bertolina)

Mura
Esiliato qui
colgo nuovi dettagli
di meraviglia
(Alberto Camarilla)

Qui trovate il live.

Ricordi di Huruma

La storia di Aisha mi ha fatto tornare alla mente quegli stessi orizzonti. Anche io ho lavorato nell’Africa più reietta e marginale. Nel 2011 per qualche settimana ho fatto volontariato in una delle bidonville più feroci di Nairobi: Huruma, che anche Alex Zanotelli ricorda nel suo illuminante Korogocho: alla scuola dei poveri. Huruma significa, in swahili, “compassione”, “benevolenza”, “misericordia”: l’ironia è alla base della nomenclatura di questi luoghi d’inferno. Huruma è la bidonville che si trova di fronte alla immensa discarica di Korogocho, dove sopravvive un’umanità considerata residuale ma fondamentale per muovere un’economia in cui il capitale pone le sue fondamenta.
Era pericoloso entrare a Huruma, innegabilmente. Il bianco, il mzungu, è odiato, con ragione. Si concentra sul bianco, chiunque sia, la responsabilità della condizione infima a cui si è costretti, in quei luoghi che sono oltre la vergogna e il disprezzo dell’alterità. Uomini donne bambini accatastati in condizioni bestiali, se questo aggettivo limitante può essere utilizzato per rendere un’idea.
Questa è una poesia nata su quei ricordi.

Ricordi d’Huruma.

La terra rossa scava i miei occhi,
macchia i miei denti. La terra
rossa spolpa il mio teschio, mi
sparpaglia le ossa. Come non
sentire? Né ascoltare? Come
non aprirsi alla voce che battezza
al passaggio? Mzungu, mzungu
fin dove si arriva a camminare…
mzungu! Lascio lo sguardo al cielo,
incontro le nubi che non sono già
più come sono, come erano; sempre
diverse, lontane, distanti, nella
polvere che soffia come vento, nel
vento che s’impasta come pioggia.

A voce alta: Finirai all’inferno fratello di Yahya Hassan

La sua raccolta poetica Yahya Hassan ha venduto nella sola Danimarca più di 120.000 copie, risultato miracoloso per un’opera di poesia. Apolide palestinese residente a Copenaghen, nato nel 1995 e morto poche settimane fa, Yahya Hassan è poeta feroce e crudo, contrario a qualsiasi netiquette e mediazione: una scrittura dura che contesta tutto, dalla sua religione strumentalizzata, al senso di alienazione del profugo, alle forme statali dell’accoglienza e dell’integrazione. #Avocealta oggi la sua durissima Finirai all’inferno fratello.

A voce alta: Dall’imagine tesa di Clemente Rebora

Poeta che visse una profonda crisi religiosa e vocazionale dopo la Prima guerra mondiale (esperienza che ci ha testimoniato in magnifiche poesie, meno note ma ugualmente significative rispetto a quelle di Ungaretti) Clemente Rebora è indagatore dell’intimità e della profondità dell’individuo, delle sue paure, dei suoi tremori e dei suoi segreti e desideri più celati. Oggi leggo, #avocealta, la sua Dall’imagine tesa.

Regolarizzazione.

La poesia può certamente – e deve pretendere di farlo – indicare nuove narrazioni possibili nell’assordante e becero scontro politico che riguarda corpi e persone, prima che operai e forza lavoro. Perché la “regolarizzazione” non deve mai essere un privilegio o un ricatto, ma il riconoscimento dell’esistenza di un essere umano, indipendentemente da quanto profitto potremmo ricavarci (anche perché regolarizzarsi costa tanto, troppo, in tasse e contributi a uno stato che ti ha già macellato).

Un piccolo contributo, una piccola mia poesia, per questo tempo infame.

 

Regolarizzazione.

L’Italia è una Repubblica basata sul

nostro dolore – infamante quel termine:

regolarizzazione, perché non c’è riscatto,

perché lascia permesso l’umano a

uno stato allibratore. Non abitiamo la

pelle le ossa il nostro intimo decoro ma

solo gli anfratti rimossi del nostro lavoro.

E l’inverno comincia sulle calde e

sporche mani a raccogliere arance

esplose di colore – un odore che ci

illumina e scompare nell’aria, come

qualcosa che piange e non sa consolare.

Poi le stagioni rotolano ancora coi

pomodori e con le fragole – un rosso

di sangue e sudore così simile alla

salvezza quando arriva – forse – per

un corpo alla deriva in un mare abissale.

E poi basta, a nascondersi, a lasciarsi

dis-umanizzati nelle reti del caporale.

Non bastò il sacrificio del nome – delle

parole delle orme perse, il loro suono

sordo, del frustato addome. Le nostre

braccia in-braccianti cassette e storie

sfiorenti nei campi dove nessuno

ci vede mai né mai saprebbe.

A voce alta: Risanamento di Giovanni Raboni

La guarigione è fondamentale, non solo del corpo ma anche dello spazio che occupiamo, nel quale agiamo, urbano e sociale. Ma siamo sicuri che le misure di guarigione colpiscano il problema primario? Giovanni Raboni ci aiuta a riflettere con la sua Risanamento, che leggo oggi a #vocealta.

Di Lampedusa (con Sandro Penna)

L’isolamento domiciliare ha portato con sé, oltre lo sguardo delle finestre cieche, il ricordo delle isole che più amo; quei luoghi che, assurdamente (odiando io con forza viscerale il mare e la sua fruizione più becera), sono diventate case, rifugi, approdi certi nel delirio frenetico del movimento.

Ecco, allora, che con le parole, unico strumento che io sappia – così così – usare, è nata questa poesia per la mia più meridionale isola.

 

Di Lampedusa (con Sandro Penna)

Come si muove il vento entro l’agosto

e il novembre – un lungo ritorno di

colori acque racconti dove si sfasciano

le sponde degli orizzonti. Albero Sole

mi sostiene, come sul palmo della mano,

mi spinge alto e proietta la mia ombra

oltrebordo, tra quelle rocce e quei versi di

cavazze che mi chiamano un lento ricordo.

La mia ombra lunare so dove si poggia:

sulla balconata di Piazza Castello, alla

base remota del Faro di Levante, dove

il mare sconfina nel cielo e il vento

scontorna il tempo – declinato tutto e

posticipiato – com’era l’onda sullo scoglio

aperta. Non domino il tempo futuro –

non esiste nella mia lingua privata. Quando

tornerò alla mia isola di una volta, ricercherò

le compagne di allora, lo sguardo che basta

e che aspetta tutto colmo di guarenti parole.

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A voce alta: “La mia casa, l’entrata” di Dario Bellezza

La casa è la nuova esternalizzazione della frontiera e del controllo, come lo fu, decenni fa, per i malati di AIDS. Ce lo racconta oggi un poeta ahimè dimenticato, Dario Bellezza, narratore dell’umanità residuale, marginale e discriminata dalla Roma borghese, con la sua La mia casa, l’entrata che leggo oggi #avocealta.

A voce alta: l’epitaffio di Lyman King di Edgar Lee Masters

Importante è ascoltare i morti, non tanto per bieche strumentalizzazioni politiche, ma perché la narrazione delle vite degli altri serve per il “benessere” di tutti. Come accade nel cimitero di Lampedusa e come accadde nell’immaginario cimitero di una cittadina americana, in uno dei testi fondanti del Novecento letterario, l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Oggi leggo #avocealta l’epitaffio di Lyman King.

L’esperimento di “Poesia in rete”

Tutto altamente sperimentale, il tentativo di “fare” un laboratorio di “Poesia in rete“, affrontando le paure e i limiti del Covid19, è andato tutto sommato piuttosto bene (tralasciando problematiche tecniche del mezzo).

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Ci siamo confrontati sulla scrittura e la restituzione, la condivisione e la lettura in solitaria; abbiamo letto poesie, abbiamo scritto haiku, abbiamo ragionato (e ci siamo confrontati) sulla parola “CASA“, e su tutto quello che è cambiato, in queste settimane, sulla sua percezione e fruizione, fino ad arrivare al concetto di OSPITE.

Se siete curiosi, ecco a voi la registrazione della diretta.

Grazie, come sempre, alle corsiste e ai corsisti, più che mai amici, a chi ha seguito e alla Libreria Il Mosaico di Tirano (SO) per il suo coraggio nel fare cultura.

“Dovunque appendo” di Grace Nichols

Lascio la mia gente, il paese, la casa

per motivi non del tutto certi

Abbandono il sole

e lo splendore del colibrì

e i ratti delle assi del pavimento

così raccolgo il mio io del nuovo mondo

e arrivo in questo posto chiamato Inghilterra.

Dapprima mi sento in un sogno –

il grigio della nebbia

tocco le pareti per vedere se sono vere

sono solide

e la gente che esce dalla metropolitana

come fagioli

e quando alzo la testa vedo Lord Nelson

alto troppo alto per mentire.

E così mando a casa fotografie

tra i piccioni e la neve

e così mi difendo dal freddo

e così a poco a poco

comincio a cambiare i miei modi calypso

non vado mai a trovare nessuno

senza averli avvertiti per tempo

e aspetto il turno in fila

ora dopo tanto tempo

mi sono abituata alla vita inglese

ma ancora mi manca casa mia

a dire la verità

non so più dove appartengo

sì, sono divisa dall’oceano

divisa all’osso

dove appendo le mutante – è lì casa mia.

Grace Nichols

A voce alta: il sonetto LXXIV di William Shakespeare

Il Tempo passa e devasta, il corpo la memoria la bellezza. Gli si può sopravvivere, però… come? Ce lo dice William Shakespeare, in uno dei suoi magnifici sonetti, il LXXIV, che oggi leggo #avocealta.

 

A voce alta: poesia di Mariangela Gualtieri

La cura del corpo non è solo quella della medicina, della salute, ma un’attenzione che dovremmo sempre riservare a noi stessi e agli altri. Oggi, #avocealta, vi leggo una poesia di Mariangela Gualtieri.

Recensione di “Un uomo felice” di Hai Zi

Ho recensito oggi su ChronicaLibri Un uomo felice, raccolta poetica del cinese Hai Zi, edito per la prima volta in Italia da Del Vecchio Editore.
Una silloge imperdibile, una voce poetica nutriente.

“Uno straordinario regalo, quello che fa Del Vecchio Editore, pubblicando per la prima volta in Italia la raccolta del poeta cinese Hai Zi, Un uomo felice. È un’esperienza straordinaria precipitare nella poesia e nella lingua di uno dei maggiori poeti contemporanei cinesi, sconosciuto in Italia, dalla vita travagliata ma dalla materia poetica potente e concreta, come creta sotto le mani. Il viaggio in queste poesie è una sperimentazione sensoriale e linguistica nuova e stra-ordinaria.”

Continuate a leggere l’intervista su ChronicaLibri.it

A voce alta: “Archeologia d’amore” di Giuliana Rigamonti

L’ipocrisia di chi adesso ha scoperto che si è congiunti solo per sangue o riconoscimento amministrativo e pubblico è piuttosto destabilizzante: ci sono “famiglie” che per lungo tempo hanno dovuto vivere precariamente e combattendo ogni giorno per il riconoscimento di uno straccio di diritto. Oggi parliamo di amore e #avocealta leggo Archeologia d’amore della poetessa valtellinese ed esperta egittologa Giuliana Rigamonti.

Su Migrando.

A distanza di tanti anni dalla pubblicazione (stanno per scoccare i 6 anni) Migrando (END Edizioni) è un testo che ancora parla, tanto, e che ancora viene letto e apprezzato: un miracolo per un libro di poesia che parla di migranti, edito da una piccola casa editrice e scritto da un “poeta” sconosciuto.

Ecco cosa ne scrive l’ANPI Colleferro: “Giulio Gasperini ci riporta coi piedi per terra, ci mette di fronte agli ultimi della terra, a cui normalmente dedichiamo un pensiero distratto e in questi tempi di pandemia forse neanche quello…”

Continuate a leggere l’articolo qua.

A voce alta: “L’offerta” di Jolanda Insana

Tellurica come la sua terra è la lingua poetica di Jolanda Insana, professoressa, traduttrice e scrittrice messinese che nel 1994 pubblicò la raccolta intitolata Medicina carnale, dove si trova la poesia L’offerta che oggi, #avocealta, leggo.

Biotumulo, una storia nera (Čërnaja byl’)

Quella di Černobyl’ è una storia che conosco da tanto. Io avevo neanche due anni quando, il 26 aprile 1986 alle ore 1 e 23 del mattino, presso la centrale nucleare V.I. Lenin, situata in Ucraina settentrionale, a 3 km dalla città di Pryp”jat’ e 18 km da quella di Černobyl’, 16 km a sud del confine con la Bielorussia, esplose un reattore. Fu il più grave incidente nucleare mai verificatosi in una centrale nucleare, e uno dei due incidenti classificati come catastrofici con il livello 7 (massimo della scala INES) dall’IAEA, insieme all’incidente avvenuto nella centrale di Fukushima Dai-ichi nel marzo 2011.

Ma ne sentii parlare pochi anni dopo, in famiglia, quando i miei genitori decisero, assieme ad altre famiglie del paese, di aderire al progetto della sezione locale di Legambiente: accogliere per un mese, d’estate, alcune bambine e bambini, poi diventati ragazze e ragazzi, provenienti dalle zone martoriate dalle radiazioni, per portarli al mare e cercare di limitare i danni provocati alla loro tiroide. Lo stesso progetto fu fortemente voluto da un uomo eccezionale, un pittore miracoloso, Paolo Cimoni, che effettuò anche numerosi viaggi in quelle terre, dai quali trasse molte ispirazioni per i suoi dipinti, come quelli, meravigliosi, che ho usato in questo articolo: uno ritrae una vecchia contadina in attesa in un ambulatorio di campagna, l’altro una slitta che viene trainata e scivola su un deserto di neve.

Sono stati anni interessanti, nei quali trovai un fratello, Sasha, nei quali io non imparai una sola parola di russo e lui solo una manciata di parole in italiano, particolarmente quelle nazional-popolari; ma anni che sicuramente mi hanno aiutato nel cominciare a ragionare sulla necessità di confrontarsi sempre con qualsiasi alterità.

In questa quarantena mi è capitato di leggere Preghiera per Černobyl’ della giornalista e narratrice Premio Nobel Svetlana Aleksievič: testo che spezza il respiro e commuove nel profondo per la sua precisione documentaristica, la sua coralità di testimonianze e voci, la sua precisione di informazione, la sua poetica nascosta nelle parole dei martiri.

Dalla lettura di questo testo è nato questo mio piccolo contributo in versi.

Biotumulo, una storia nera (Čërnaja byl’)
(da “Preghiera per Černobyl’”, di Svetlana Aleksievič)

Gocciolava a terra il latte di una vacca –
nessuno lo raccolse – stillicidio di vita.
Il dosimetro crepitava e si inceppava: curie
e röntgen, misurazioni fin allora ignote.
La nostra storia è sofferenza, un lungo
rosario che diventò rifugio. Mio padre
tornò con in bocca la parola evacuazione.
Nelle gambe nei piedi nelle braccia. Negli
occhi sordi di futuro. Non avemmo più
il nostro angolo a cui tornare – avemmo paura
della pioggia della neve della foresta.
Pensammo di tornare – apparecchiammo la
tavola: del pane, il sale, tanti cucchiai quante
anime abitano nella casa abbandonata. Le
tante fotografie appese alle pareti, sempre
continuammo a pensarci lì – odore di cera.
Davanti alla casa, alla rimessa, lei si inchinò;
si inchinò davanti a ogni singolo albero di melo.
Sotterrammo la foresta, scavammo via terra
e buttammo i frutti sudati del lavoro. Di
trovare riparo dall’atomo, pensammo ingenui,
come ci si protegge dalle schegge delle
granate e degli obici dai proiettili dalle frecce.
Ma l’atomo occupa tutto lo spazio invisibile:
lo mangiammo lo respirammo le bevemmo.
Fummo uniti alla radiazione che scansò i sensi.
Pioggia leggera, in quell’aprile: gocce che
rotolavano come mercurio, mai viste prima.
L’acqua va dove vuole andare: non tiene
conto delle frontiere, delle radiazioni, l’acqua
conosce solo i suoi spazi: dilaga in superficie
e sotto terra, come sangue che sta sottopelle.
Il sangue è il nostro veleno, che ci impedì
l’amore: non sapevo che amare potesse
diventare una colpa. Sono forse colpevole
di amare? Il peccato primordiale, il peccato
di procreare… sopportiamo, come sempre
sopportiamo: più altro, non possiamo fare
perché ancora non esistono le parole. I
bambini allattamo con latte e cesio: tutte
Madonne di Černobyl’, alle quali fu proibita
la tragedia – spazio al solo eroismo, alla
fabbrica della propaganda: menzogne
su menzogne, mentre l’odore di carne marcia
avvelenava le notti e i giorni. I bambini
disegnarono (quante lacrime!) alberi capovolti,
con le radici all’aria, l’acqua dei fiumi rossa e gialla.
Arrivò in volo una cicogna – lei forse non
seppe – la Natura la chiamò – si affacciò uno
scarabeo: gioii di ogni cosa, allora, che ancora
era vita, che ancora continuava e continuò.

Bielorussia